«In edilizia serve un’innovazione che sia dirompente.» Giovanni Spatti comincia da qui. Siamo a Iseo, in provincia di Brescia, nella sede di Wood Beton, a poca distanza dal lago. Giovanni Spatti ne è l’Amministratore Delegato; è ingegnere, e a lui fa riferimento anche un network di realtà produttive: Camuna Prefabbricati, Prefabbricati Guerrini, Prefabbricati Sar, WB Factory, Eservice e Alfa Automation.
Edilizia off-site: «Serve un’innovazione dirompente»
Il tema della conversazione è l’edilizia off-site, cioè l’edilizia che si realizza fuori dal cantiere, in fabbrica. Gli elementi escono dallo stabilimento finiti e arrivano in cantiere, che diventa il luogo del solo montaggio.
Nel 2020 ENEA ha dedicato a questo modello il rapporto Prospettive e potenzialità dei sistemi off-site: il progetto Ambiente costruito. In sintesi: spostare la maggior parte delle lavorazioni dal cantiere alla fabbrica permette di riorganizzare tecnologie e processi, guadagnare efficienza e qualità e ridurre gli sprechi fino a mettere in discussione il concetto stesso di scarto.
Ingegner Spatti, come spiega il percorso di Wood Beton?
«Penso di non sbagliare quando affermo che oggi Wood Beton rappresenta in Italia un esempio concreto dell’industrializzazione edilizia. Un traguardo raggiunto con grande impegno, grazie alla credibilità costruita nel tempo e alla continua ricerca che da anni portiamo avanti. In quest’ottica abbiamo dato vita a una filiera integrata, che va dalla progettazione alla produzione.»
Da dove nasce la sua idea di edilizia?
«Credo di essere stato un precursore. Provengo dall’azienda di famiglia, che si occupava di prefabbricazione in calcestruzzo. Ma fin dai tempi dell’università, e subito dopo la laurea, ho iniziato a pensare alla possibilità di creare una nuova edilizia. Nel corso degli anni ho lavorato sia nella prefabbricazione in calcestruzzo sia nel legno lamellare. La mia idea di ibridazione dei materiali nasce proprio da lì.
Ammetto che siamo stati anche fortunati a incrociare partner che avevano l’esigenza di industrializzare sistemi costruttivi innovativi per i propri prodotti. Con uno di questi abbiamo sviluppato un sistema completamente industrializzato, con cui abbiamo realizzato hotel interamente off-site destinati a tutto il mercato europeo.
Oggi c’è una ragione in più per andare in questa direzione: gli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030. Se ieri la nostra è stata un’intuizione, oggi la sostenibilità, ambientale, sociale ed economica, spinge perché l’off-site diventi un’esigenza di mercato.»
Tutto è cominciato con i Moxy Hotel, alberghi costruiti in fabbrica e montati in cantiere.
«Esatto. Nel 2015 abbiamo realizzato il primo Moxy Hotel a Malpensa, tre anni più tardi quello di Linate, e poi ci siamo spinti in tutta Europa: Inghilterra, Francia, Germania, Austria, Danimarca e Norvegia. Sono strutture costruite con un sistema che ho pensato e ingegnerizzato ad hoc, con l’impiego congiunto di elementi bidimensionali e tridimensionali. Questi ultimi escono dallo stabilimento completamente finiti, vengono trasportati e montati in cantiere.»
Come funziona quel sistema, modulo per modulo, lo abbiamo raccontato nell’articolo sulla costruzione modulare 3D.
Cosa è cambiato passando dagli alberghi alle abitazioni?
«Abbiamo esteso lo stesso concetto al residenziale, con sistemi tridimensionali per edifici pluripiano che integrano legno, calcestruzzo e acciaio. Sfruttando le peculiarità di ciascun materiale otteniamo il massimo delle prestazioni. Questo, a mio avviso, è il primo fattore di sostenibilità: usare il materiale giusto al posto giusto e ottimizzarne il consumo già in fase di progetto.»
C’è però una differenza che l’esperienza alberghiera non aveva messo in luce.
«Quando si progettano alberghi, il tema della flessibilità non è centrale. Nell’edilizia residenziale diventa un requisito fondamentale. Per questo, nelle abitazioni, abbiamo messo a punto un sistema che abbina elementi bi e tridimensionali.»
Prefabbricazione ed edilizia industrializzata sono la stessa cosa?
«No, e va capito bene. Edilizia industrializzata e prefabbricazione non sono sinonimi. C’è un elemento tecnico che sfugge ai più: lavorare come facciamo noi significa operare in un contesto manifatturiero, dove le tolleranze si misurano in millimetri e non in centimetri come nell’edilizia tradizionale. Off-site significa industrializzazione a 360 gradi. La nostra capacità sta nell’arrivare in cantiere con un prodotto finito, pronto per essere assemblato. E per farlo bisogna partire da una progettazione dettagliata, che ingegnerizzi al meglio qualsiasi tipo di progetto.»
La sicurezza sul lavoro è un tema su cui insiste molto.
«Lo reputo fondamentale. La realizzazione degli elementi in stabilimento consente agli operai di lavorare a temperatura controllata, protetti dagli agenti atmosferici e soprattutto a terra. Lo stesso vale in cantiere, dove il tempo passato in quota si riduce notevolmente e gli operatori lavorano su una superficie d’appoggio che permette di muoversi in sicurezza. Se vogliamo ridurre ed eliminare gli infortuni non bastano controlli e documenti cartacei: la sicurezza passa inevitabilmente dal sistema costruttivo.»
Il tema è approfondito, punto per punto, nell’articolo sulla sicurezza nei cantieri edili.
Se i vantaggi sono questi, perché l’off-site in Italia ha ancora pochi seguaci?
«Perché mancano investitori in grado di dar vita a iniziative imprenditoriali che presuppongono aziende dedicate, investimenti in ricerca e sviluppo, rapporti di lavoro seri. Servono imprenditori con visione e manager disposti a valutare l’investimento su un arco temporale diverso dall’immediato. Per fare edilizia tradizionale, al contrario, serve poco. È il costo, alla fine, il discrimine principale.
Anche lo Stato dovrebbe fare la sua parte, investendo per far evolvere il settore dal livello tradizionale a quello industriale vero e proprio. Noi per ora siamo una nicchia di mercato, ma se questa idea si diffondesse sarebbe molto più facile raggiungere gli obiettivi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica.»
E le imprese di costruzione?
«Possono avere un ruolo importante, perché l’edilizia industrializzata offre anche a loro nuove opportunità. Le imprese che hanno lavorato con noi hanno imparato a montare i nostri elementi prefabbricati e si sono aperte nuovi spazi di mercato. Serve un’accelerazione nel segno dell’industrializzazione del prodotto edilizio, che passa anche dalla crescita della cultura tecnica delle imprese costruttrici.»
Il lavoro di cantiere attira sempre meno persone. Può essere una spinta?
«Certamente. Lavorare in cantiere è faticoso. Come si rende attrattivo questo lavoro? Portandolo in fabbrica, rendendolo sicuro, pulito, vicino a casa. I nostri operatori lavorano al coperto, non sotto la pioggia o il sole cocente.»
Su cosa state lavorando adesso?
«Su un progetto di ricerca applicata: un sistema costruttivo bi e tridimensionale, realizzato a secco, smontabile, destinato al residenziale e all’alberghiero. L’innovazione che cerchiamo sta anche nell’impiego di inerti da riciclo e in forme e configurazioni intelligenti dei manufatti, per esempio all’intersezione tra pannello e pilastro. Presto passeremo alla produzione vera e propria. Ma per ora non posso aggiungere altro.»